Copy
Facebook icon  Twitter icon YouTube icon                                                                              Like Pronto fisco giugno 2019 on Facebook

Conf Logo Newsletter giugno 2019

Professionista forfetario – un 2019 pieno di sorprese

di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi

 

La montagna partorì il topolino!
Mesi e mesi di speculazioni volte a spaccare la norma in 4, ad attingere ad interpretazioni passate ma da ritenersi comunque attuali, lettura e rilettura ossessiva della relazione illustrativa per trarne auspici, discettazioni logico-sistematiche andando alla ratio della innovativa disposizione.
Tutta fatica inutile!
L’Agenzia delle Entrate in via interpretativa ha spazzato via ogni logica conclusione, dissolvendo le nubi dell’incertezza con una rapida, ispirata, folata di vento.
Ci si riferisce alla “riforma” del regime forfetario, prevista dalla Legge di bilancio 2019, che ha innovativamente riscritto alcune parti significative della normativa, cui possono accedere lavoratori autonomi e imprenditori individuali con volume di ricavi non superiore a € 65.000, al ricorrere di numerosi presupposti.
Lungi in questa sede da effettuare una disamina dell’intera normativa che, seppure volta alla semplificazione è in realtà molto complessa, s’intende circoscrivere l’analisi, in questo contributo, a un elemento innovativo della norma che, sin dall’attimo successivo alla sua emanazione, è risultato assai critico.
L’Agenzia delle Entrate si è espressa con la Circolare n. 9/2019 a cui ha fatto seguito (per quel che qui interessa) la Risposta a quesito n. 137/2019.

Il possesso di quote di S.r.l.
Ci si riferisce in primo luogo al passaggio della norma contenuto nella lettera d) del comma 57 della legge di bilancio 2019 la quale prevede la seguente causa di preclusione all’accesso al prezioso regime di favore “non possono applicare il regime forfetario gli esercenti attività d’impresa, arti o professioni che controllano direttamente o indirettamente società a responsabilità limitata, le quali esercitano attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dagli esercenti attività d’impresa, arti o professioni”.
L’agenzia delle entrate, volendo stringere all’osso, ha fornito i seguenti chiarimenti: di per sé il possesso da parte del soggetto di quote in S.r.l. trasparente (art. 116 Tuir) non preclude l’accesso al regime forfetario. Sul punto è del tutto evidente che il legislatore si è perso un pezzo, posto che, viceversa, il possesso di qualsivolglia quota di società di persone o associazione professionale (che imputano il reddito per trasparenza) inibisce l’utilizzo del suddetto regime. Fatte salve, ovviamente, le società semplici sempre che non svolgano attività di lavoro autonomo. Tutto ciò detto, ill motivo per cui non si è ritenuto di procedere con un correttivo è del tutto inspiegabile se non per una questione di orgoglio: il legislatore non commette errori, quindi non si corregge!
Affinché il possesso di quote di Srl (a questo punto che non ha optato per la trasparenza) precluda l’accesso al regime occorrono due presupposti, che devono essere presenti congiuntamente:
1. il soggetto deve controllare la S.r.l. direttamente o indirettamente.
2. La S.r.l. deve svolgere una attività direttamente o indirettamente riconducibile a quelle svolte dal soggetto esercente attività d’impresa, arti o professioni”.
In assenza di una delle predette condizioni, la causa ostativa non opera e il contribuente può applicare o permanere nel regime forfetario.

Il controllo diretto o indiretto della s.r.l.
Per controllo, secondo l’Agenzia, s’intende possedere almeno il 50% delle quote (nonostante come evidente il soggetto non abbia il controllo, ma al più una influenza dominante dal momento che può bloccare l’operatività dell’assemblea). Ai fini del controllo indiretto rilevano anche le quote possedute dai familiari e dal coniuge (conclusione a nostro avviso ineccepibile). Infatti, così si esprime l’agenzia: “nell’ambito delle persone interposte andranno ricompresi i familiari di cui all’articolo 5, comma 5, del TUIR, tra i quali figura anche il coniuge.”. In pratica, coniuge, parenti entro il terzo grado, affini entro il secondo grado. Peraltro, anche eventuali vincoli contrattuali tra socio e società debbono essere valutati al fine di verificare se si possa configurare un controllo di fatto.
Fin qui, in tutta franchezza, nulla di particolarmente dirompente.

La S.r.l. non deve svolgere una attività direttamente o indirettamente riconducibile a quelle svolte dal forfetario
Prima delle interpretazioni fornite dall’Agenzia, con risposta ad interrogazione parlamentare 5- 01274 del 22 gennaio 2019, Onorevole Centemero e altri, gli interroganti si rivolgevano al ministro chiedendo di sapere: “se un soggetto che esercita l’attività contraddistinta dal codice ATECO 749099 (altre attività professionali) e che detiene una partecipazione di controllo (90%) in una società immobiliare esercente l’attività di intermediazione nella mediazione immobiliare (codice ATECO 683100), a cui dedica circa il 70% della propria attività lavorativa, possa continuare ad applicare, per il periodo d’imposta 2019, il regime forfetario”.
L’ovvia riposta del MEF concludeva facendo presente che non era possibile rispondere alla domanda, visto che nell’interrogazione non era specificato che attività svolgesse il soggetto con partita Iva individuale, socio della S.r.l. immobiliare. Pur tuttavia nella risposta veniva affermato un principio: “La ratio legis sottesa alla predetta causa ostativa è quella di evitare artificiose frammentazioni delle attività d’impresa o di lavoro autonomo svolte al solo scopo di beneficiare di una tassazione più favorevole.” Perché tale requisito venga rispettato, onde evitare abusi, deve essere presa come riferimento l’attività effettivamente svolta. Pur in presenza di due codici attività formalmente distinti in base alla classificazione ATECO, qualora il contribuente eserciti, di fatto, un’attività collegata a quella effettivamente svolta dalla società a responsabilità limitata, ciò inibisce, secondo l’impostazione normativa, la permanenza nel regime forfetario. Pertanto, piuttosto che il riferimento a codici ATECO tra loro diversi, deve essere verificata l’effettiva correlazione tra le due attività esercitate, ciò comportando un esame delle fattispecie volto a verificare se l’attività svolta individualmente è correlabile a quella prodotta in forma associata.”. Senonché, con la Circolare n. 9/2019, l’Agenzia delle Entrate, nel riprendere in mano la questione, ha chiarito che, in linea di principio, se la S.r.l. e il socio controllante della medesima, hanno codici ATECO differenti, ma appartenenti alla medesima “Sezione” è da ritenersi che le due attività siano tra loro riconducibili. E, dunque, leggendola specularmente, laddove socio e società svolgano due attività che non appartengono alla medesima Sezione ATECO, le due attività non sono tra loro riconducibili.
Che poi si debba in concreto verificare se l’attività dell’uno e dell’altra siano effettivamente coerenti con il codice ATECO in cui si sono inquadrati, è una ovvietà che non vale la pena neanche commentare.
Inoltre, con volo plastico carpiato, avvitato, coefficiente di difficoltà, 9,9, l’Agenzia nella citata Circolare n. 9/2019, di fatto, conia un nuovo concetto di “attività riconducibile”.
Schematicamente:
 se le attività svolte da contribuente e S.r.l. sua controllata sono classificabili nella medesima sezione Ateco, sussiste la riconducibilità diretta o indiretta delle due attività (e, pertanto,
opera la causa di esclusione) se il soggetto forfettario fattura per cessioni di beni o prestazioni di servizi alla S.r.l. costi che la società deduce dal suo reddito.
 se le attività svolte da contribuente e S.r.l. sua controllata sono classificabili nella medesima sezione Ateco, non si ha la riconducibilità diretta o indiretta delle due attività (e, pertanto, non opera la causa di esclusione), se il soggetto forfettario fattura per cessioni di beni o prestazioni di servizi alla S.r.l. costi non sono fiscalmente deducibili per la società;
 se le attività effettivamente svolte da contribuente e S.r.l. controllata non sono classificabili nella medesima sezione Ateco, non sussiste la riconducibilità diretta o indiretta delle due
attività anche se il soggetto forfettario fattura per cessioni di beni o prestazioni di servizi alla S.r.l. costi che la società deduce dal proprio reddito.
Insomma, l’intento è chiaro: evitare che il forfetario che ha una attività connessa alla propria S.r.l. (che controlla direttamente o indirettamente) incassi 100 e pagi 15, mentre la società deduca 100 e risparmi tra Ires e Irap circa 28 (dipende dall’aliquota Irap regionale).
Quale potrebbe essere il caso, specificato dall’Agenzia, secondo cui non opera la causa di preclusione all’accesso “se, tuttavia, la società non deduce i costi addebitati dal socio” è, invece, un mistero.

La facile elusione
La presa di posizione dell’Agenzia, che si è concentrata unicamente sull’evitare che tramite la fatturazione del forfetario alla S.r.l. si addivenga ad una riduzione di imposte a livello consolidato lascia perplessi. Ed infatti, da subito, le osservazioni sono state nel senso che tale presa di posizione sembrava lasciare spazio alla possibilità che, pur se le due attività ricadono nella medesima sezione ATECO, laddove il contribuente non fatturi (ossia non ceda beni e presti servizi) alla propria S.r.l. controllata, può comunque applicare il regime forfettario, nonostante entrambi fatturino agli stessi clienti.
In pratica, il forfetario fattura ai propri clienti (che sono anche clienti della S.r.l.) ma raggiunto e non superato il limite di 65.000 euro sposta tutto il restante fatturato sulla S.r.l.
Ovviamente tutto ciò non dovrebbe essere consentito.
Senonché, l’Agenzia delle Entrate, in risposta al quesito n. 137/2019 ha confermato come fattibile l’operazione ora prospettata.
Chi ci conosce sa che non pendiamo né per le vessazioni fiscali spesso perpetuate dagli uffici, siamo inoltre apertamente critici con interpretazioni ufficiali volte solo a salvaguardare le esigenze di gettito, ma non abbiamo mai sponsorizzato evasione ed elusione.
Dunque, il nostro fermo dissenso sui contenuti della risoluzione, potrà farci risultare decisamente impopolari.

Ecco i fatti.
Il professionista (un commercialista- sezione Ateco M) ha dichiarato che svolge un’attività rientrante in una sezione ATECO differente rispetto a quella in cui ricade l’attività svolta dalla sua S.r.l. indirettamente controllata (elaborazione dati contabili - sezione “J”). Ebbene, il commercialista chiede se egli può avere accesso con la sua partita Iva al regime forfetario, ricorrendone ovviamente tutti gli altri presupposti.
Ecco la (incredibile) risposta (n. 137/2019): Sulla base dei chiarimenti forniti dalla circolare n. 9/E, la scrivente ritiene che, ove le attività effettivamente esercitate dalla persona fisica e dalla società indirettamente controllata dovessero ricondursi a due sezioni ATECO differenti (esame vertente su una questione di fatto non esperibile in sede di interpello e su cui rimane fermo ogni potere di controllo da parte dell’amministrazione finanziaria), non risulterebbe integrata la causa ostativa di cui alla lettera d) del comma 57 dell’articolo 1 della legge n. 190 del 2014; circostanza che non comporterebbe la decadenza dell’istante dal regime forfetario nel periodo di imposta 2020.
Dunque, riassumiamo: il commercialista (o il consulente del lavoro) fattura ai propri clienti la consulenza, mentre la sua S.r.l. da lui controllata (nel caso di specie partecipazione del 70%), addebita ai suoi stessi clienti la contabilità (le paghe) e i dichiarativi. Commercialista e S.r.l. svolgono le rispettive attività che sono pienamente conformi ai rispettivi codici ATECO che fanno parte di due sezioni diverse. Il commercialista arrivato a 64.900 euro di incassi si ferma e fa proseguire con la fatturazione la propria SRL.
Tutto regolare?
Diteci voi perché a noi ci viene da ridere!