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 Per trasformare Como in un laboratorio politico e sociale
di Luca Michelini
 
Questo scritto è un invito a partecipare ad un percorso politico, che ora proverò a spiegare. Chi è interessato mi scriva, mi contatti nelle forme le più diverse: in ogni caso il primo appuntamento è per mercoledì 7 settembre presso la sede della Cna in via Innocenzo. Il mio cell. 334.7017691; la mia mail: democraziaeconomica@libero.it.
Sono invitati tutti coloro che come “campo base” hanno Como, o per lavoro o per altri motivi: non solo i residenti, dunque. L’assemblea è aperta: parteciparvi non costituisce né un’adesione né un impegno: sarà un momento di condivisioni di idee, di ansie, di analisi, di prospettive.
 
Due righe di presentazione: sono comasco, non sono mai stato iscritto a partiti politici né nella Prima né nella Seconda Repubblica, né ho mai ricoperto ruoli politici o pubblici. Di mestiere sono docente universitario e insegno a Bari e a Varese e a Como (viva le low cost!); sono storico dell’economia. Qualche notizia su ciò che penso e scrivo la trovate cliccando su www.lucamichelini.eu.
A Como ho creato una mailing-list che si chiama Democrazia economica, di cui trovate notizia sempre sul mio sito.
Amo il pluralismo e la libertà di pensiero e l’impegno etico-civile, che considero un dovere di ogni cittadino. La mia prima ed unica “uscita pubblica” a Como è stata in occasione del 25 aprile, quando ho tenuto il discorso che tanto ha fatto infuriare in sindaco. Il discorso lo trovate sul sito dell’ANPI di Como (gratuito) e sul mio (in forma di opuscolo, per qualche euro).

Durante la terza assemblea di Primarie vere per Como (tenutasi al Cna il 20 agosto) mi sono proposto come “pre-candidato” per le primarie. Per questo ho abbandonato il ruolo di presidente dell’Assemblea, che deve rimanere, e sicuramente rimarrà, un luogo di garanzia e neutrale.

“Pre-candidato” nel senso che vorrei tentare di trovare una candidatura, quindi non necessariamente la mia, o di individuare (come sarebbe preferibile) o appoggiare una candidatura, capace di imprimere una svolta politica alla città e di impostare e costruire un discorso di carattere generale, che sappia uscire dai limiti del municipalismo e dal moderatismo di ogni colore, che ha dato i frutti che sappiamo e che personalmente considero una forma di radicalismo: quello che subordina l'interesse generale all'interesse particolare. 
 
Il confronto politico cittadino consente molta più libertà di quello nazionale: favorisce contaminazioni tra tradizioni culturali e politiche differenti, perché contano le persone, perché terreno di elezione del civismo (liste civiche, associazionismo ecc.).
Personalmente ritengo che questa contaminazione oggi sia assolutamente necessaria anche a livello nazionale, perché il quadro politico oggi esistente è del tutto insoddisfacente (enorme corruzione, poche idee, molto affarismo, leaderismo-populistico a destra e a sinistra), fortemente instabile, perché ripropone ricette economiche e politiche che sono oggettivamente morte e sepolte.
 
A Como, come nel Paese, una grande parte della cittadinanza non ha più una effettiva rappresentanza nelle istituzioni: sia perché esse sono accaparrate dai partiti, che sempre più spesso non agiscono con spirito di servizio pubblico e sono ormai ridotti a comitati elettorali di leader o a comitati d’affari, sia perché le culture di governo oggi prevalenti, sia nel centro-destra che nel centro-sinistra, stentano a prendere coscienza della novità dei tempi che attraversiamo. Il sindaco-sceriffo (riforma Bassanini) è poi stata una invenzione davvero perniciosa: non i pare che abbia portato ad un effettivo miglioramento delle nostre città.
 
La crisi è tutt’altro che finita e diventerà sempre più sistemica e violenta: basti pensare che il problema dell’indebitamento pubblico è ben piccola cosa rispetto a quello dell’indebitamento delle diverse istituzioni finanziarie, a cominciare dalle banche, i cui profitti sono pura illusione finanziaria. Sono ricominciati perfino i conflitti nazionalistici tra grandi Paesi europei.
 
I referendum e le elezioni hanno mostrato un Paese che ha “bisogno” di democrazia politica, economica e sociale, mentre centro-destra e centro-sinistra ancora propongono programmi e ricette neo-liberiste.
Il centro destra ha una visione nettamente classista dello Stato e dell’economia, fino a sfiorare una sorta di patrimonialismo pre-moderno: anche l’ultima finanziaria ne è una riprova. Una finanziaria che non ci consentirà di uscire dalla crisi, ma che anzi la aggraverà, mentre le tasche di alcuni si gonfieranno.
 
Il centro sinistra, a cui dobbiamo (con la stagione dell’Ulivo di Prodi) la scellerata liberalizzazione dei mercati finanziari, privatizzazioni senza strategia e un’assurda flessibilizzazione del mercato del lavoro, ancora stenta a ritornare su cammini più sensati, prudenti ed efficaci, come quelli della classiche socialdemocrazie.
 
Una litania ideologica di destra come di sinistra afferma che l’Italia ha già conosciuto la socialdemocrazia. Un enorme falso storico: l’Italia è stata una democrazia bloccata per motivi geo-politici, così che è degenerata in corruttela generalizzata. E quando ha riacquistato un briciolo di sovranità nazionale ha sistematicamente smantellato i presupposti perché nel nostro paese venissero finalmente realizzate le indicazioni contenute nella nostra Costituzione. Tutti gli studiosi avveduti (e sono pochi, ma ci sono, perfino in Usa) concordano nel fatto che l’intreccio privatizzazioni, flessibilizzazione del lavoro, smantellamento del welfare, liberalizzazione della finanza, è all’origine della crisi attuale e delle crisi che si sono susseguite dal 1990 in poi.
 
L’inconcludenza e il classismo del governo Berlusconi rischiano di diventare la scusa perché un nuovo governo di centro-sinistra riproponga le ricette economiche dei primi anni 90: privatizzazioni, liberalizzazioni, attacco ai diritti dei lavoratori, smantellamento del welfare.
Mentre negli anni ’90 queste ricette hanno avuto come conseguenza un sostanziale arresto dello sviluppo economico e civile del nostro Paese, ora potrebbero trasformarsi nello strumento del suo asservimento semi-coloniale ad altre economie, un po’ come sta avvenendo in Grecia. E poiché il nostro Paese non è la Grecia per importanza geo-politica, non è difficile prevedere che sorgeranno spinte ultra-nazionaliste, di cui del resto abbiamo lunga e radicata tradizione, che Berlusconi&Co e la Lega stanno ri-alimentando.
 
A tutto questo va opposta una nuova stagione politica che, raccogliendo la migliore eredità delle tradizioni politiche precedenti (social-comunista, azionista, liberal-democratica, liberal-socialista, cattolica-democratica), sappia rinnovarle e rilanciarle, senza ricadere negli errori passati. Da diverso tempo scrivo sulla rivista fiorentina il “Ponte”, fondata da Piero Calamandrei: lì si tenta da sempre questa contaminazione, cioè si cerca di far sì che tradizioni culturali differenti si incontrino sul piano delle analisi e dei programmi.
 
Sì, perché sento forte l’esigenza della chiarezza e della trasparenza e della COERENZA: il trasformismo, per cui idee e uomini sono capaci di proporsi per partiti, stagioni politiche molto differenti, penso rappresenti il segno della più evidente della decadenza. I partiti e le persone pubbliche oggi dovrebbero favorire il cambiamento, cioè il nascere di una nuova stagione, non ostacolarla, invece, in nome di meri interessi personali.
 
Il mio vuole essere un tentativo di organizzare questo bisogno di partecipazione, di giustizia sociale, di trasparenza, di coerenza. Un tentativo che dovrà tradursi, con la partecipazione democratica dei cittadini, in un preciso programma di governo per la città e in un nuovo metodo (partecipativo) per realizzarlo.
 
 
E’ ingenuo pensare che Como sia immune dalla crisi: esiste un forte legame con il Ticino, ove vige il protezionismo (lo ricordo agli inguaribili “liberisti di sinistra”), ma è necessario capire che gli equilibri geo-politici attuali sono fortemente instabili.
 
E’ ingenuo pensare che l’Italia e il mondo sono usciti dalla crisi: il debito degli Stati è una frazione del debito del sistema finanziario, che è sull’orlo del collasso, e prossime crisi finanziarie e industriali sono del tutto probabili.
 
E’ ingenuo pensare che le divisioni politiche ed ideologiche oggi operanti (riformisti contro radicali, le attuali strutture partitiche e culture di governo) avranno ancora un senso nel prossimo futuro: l’Italia, come l’Europa, ha bisogno di un nuovo New Deal e di forze politiche progressiste all’altezza del compito.
 
E’ ingenuo pensare di governare Como senza avere una visione d’insieme dei problemi di oggi e quindi senza tentare in modo organico di superare l’orizzonte delle liste civiche e del municipalismo. Vorrei ricordare che mentre a Como fiorivano varie liste civiche (Moretti, Paco ecc.) una forza come la Lega da mini-lista civica di provincia è diventata forza di governo nazionale.
 
E’ ingenuo pensare che i valori codificati dalla nostra Costituzione non rappresentino più una bussola concreta per l’avvenire: pace, giustizia sociale, diritti individuali e sociali,  pluralismo, libertà di pensiero, laicità, partecipazione, una complementarietà tra Stato e mercato rivolta agli interessi di tutta la Nazione e, là dove possibile e giusto moralmente, al superamento della logica del profitto:  tutte queste indicazioni rimangono la migliore eredità delle passate esperienze politiche.
 
E’ ingenuo non capire che la comunità cittadina è anche il frutto di un forte insediamento di beni pubblici e di beni comuni. I quali, per altro, sono anche il presupposto perché l’industria (pubblica o privata che sia) e l’industriosità non scompaiano, ma si radichino ulteriormente e si diffondano, conseguendo aumenti di produttività e di occupazione non attraverso lo sfruttamento e l’abbattimento di diritti, ma attraverso l’innovazione, di cui presupposto è il sapere, la conoscenza e quindi una saggia e decisa azione pubblica.
 
E’ ingenuo non radicare un ragionamento sull’urbanistica senza avere chiaro in mente che uno dei motori della crisi attuale è stata una bolla immobiliare e che un settore oggettivamente protetto dalla concorrenza quale quello edilizio (traino di altri settori) deve essere governato, per ciò stesso, da forti politiche pubbliche volte al conseguimento di interessi collettivi e non dalla speculazione e dalla rendita.
 
E’ ingenuo non capire che il municipio può svolgere importanti funzioni sociali con una politica per gli alloggi, per la famiglia, per i giovani (scuole dell’obbligo, Università, politiche giovanili ecc.), per i disoccupati.
 
E’ ingenuo non ridisegnare fin dalle fondamenta la viabilità privata e pubblica e le reti di servizi (compreso internet), che sono il veicolo di un miglioramento del benessere e generano, in mille forme, potenti economie di sistema.
 
E’ ingenuo pensare che Como non sia più una realtà industriale, perché invece fa parte di un territorio che è tra i più manifatturieri del mondo. Molti ancora pensano che per essere manifatturieri ci voglia più del 50% degli addetti! Il mondo cambia: molti servizi sono complementari all’industria, i confini amministrativi non hanno alcun significato geo-economico e Como fa parte di un “territorio officina” più complessivo. I 40 mila frontalieri con la Svizzera rappresentano, di fatto, una immensa accumulazione di saperi e di saper fare, che è uno dei presupposti fondamentali dell’industriosità.
 
Il nostro territorio ha tremendo bisogno di governo e di intervento pubblico, ma non nel senso in cui lo intendono le destre (utilizzare a scopi privati lo Stato), ma per ridiventare un centro di progettazione e di interconnessione, di indirizzo politico-economico, di sostegno, di opportunità sociali: di genere, di generazione, di cittadinanza.
 
Perché utilizzo il termine di industriosità? Perché la crisi in corso insegna che l’industriosità con tutta probabilità per un verso si riproporrà nelle sue classiche espressioni (imprese artigianali, piccole imprese, medie imprese, multinazionali), ma forse potrebbe incanalarsi anche in nuove forme (anche non di mercato, o comunque tendenti a superarne la logica ), di cui il vario associazionismo è una riprova lampante.
 
Questi sono alcuni dei motivi che mi spingono ad impegnarmi personalmente in queste primarie. La mia per ora è una pre-candidatura: vorrei insomma cercare di aggregare attorno a me tutti coloro sono interessati a sviluppare, partendo dalla città, un nuovo discorso politico e culturale. Tutti coloro che vogliono tentare di fare di Como un laboratorio di progresso, come la città è stata in più di un’epoca storica. Abbiamo i talenti, la ricchezza anche materiale, le forze sociali e politiche per provarci, cercando in questo percorso alleati anche in altre città.
 
Liberare Como dal malgoverno per me acquista un significato solo se si tramuta in un tentativo di liberare, contribuire a liberare la Lombardia. Milano ci ha dato l’esempio; Lecco ancora prima. Proviamoci anche noi, insieme a loro. Ma non per asservire l’intero paese alle logiche della finanza speculativa o di una economia profondamente malata: ma per rimettere l’economia al servizio dell’umanità, favorendo la nascita e lo sviluppo di una pluralità di modi d’agire economici, sociali, culturali, morali e politici.



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