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# 043 — 03/02/2020 • Vai alla versione web

Stai leggendo un numero di Dispenser.Design, una newsletter che parla di design, tipografia, web e dintorni.

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Il web è nato con l’idea di creare un sistema per condividere informazioni tra scienziati. Condividere, nel bene e nel male, è quindi il suo elemento fondativo. Negli anni il web ha aiutato molto a diffondere la cultura e la pratica dell’open source per i software, la condivisone del codice scorgente.

Nel design c’è qualcosa di simile all’open source, l’open design. In questo numero parliamo di condivisione di processi e approcci al design, che siano di grandi aziende o siti personali.

A seguire le solite rubriche su magazine, link e font.

Piccola segnalazione: ho aperto un account Instagram di questa newsletter. Il prossimo passo sarà pubblicarci delle immagini: www.instagram.com/dispenser.design/


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Redesign in pubblico


Siamo ormai abituati a leggere e vedere il processo con cui è stato realizzato un progetto di design. Aziende digitali, grandi e piccole, condividono sul proprio blog, o su piattaforme come Medium, i loro design system, processi, decisioni e approcci. Figma, ad esempio, di recente ha condiviso un articolo che mostra come è stato progettato il design system del loro nuovo sito.

Ci sono aziende come IBM, Apple, Google o Microsoft che dedicano al loro linguaggio di design ampio spazio per necessità, considerando la mole di app e prodotti vari che vivono all’interno dei loro “ambienti”. App e prodotti realizzati da persone o aziende esterne. Nel caso di queste grandi aziende un linguaggio di design comune consente a (chi crea) di progettare interfacce più amichevoli e funzionali, così da permettere all’utente di non trovarsi spaesato passando da un’app all’altra. Per altre aziende le necessità di rendere pubblico il loro lavoro sono più legate al “mostrarsi”. Un “mostrarsi” non necessariamente vanitoso, ma una condivisione del loro modo di lavorare, della loro idea di design. In questo momento penso, tra le altre, alle condivisioni di Shopify, HelpScout, AirBnB, che si prestano ad un uso tecnico, ma che dicono molto anche dall’azienda, la loro visione e missione.

A inizio anno due designer hanno cominciato il redesign del proprio sito personale documentando e condividendo l’intero processo. Ha cominciato Jonnie Hallman, seguito subito dopo da Frank Chimero. Entrambi hanno creato un blog all’interno del loro sito nel quale hanno scritto post a commento di ogni decisione; dagli strumenti con cui stanno costruendo il loro sito, passando per i tool di design e servizi CDN1.

Se finora il racconto di Hallman è più da developer — con post sulla configurazione di Contentful, Vue e sulla migrazione dei contenuti —, quello di Chimero è più da designer. Chimero ha dedicato cinque post alla tipografia e alla scelta del font. Nel primo, “Looking at Letters”, mette a confronto una serie di caratteri tipografici mostrando le piccole differenze che ci sono tra loro. Piccole differenze che danno un certo tono e un certo sapore a tutto il testo. Chimero mette a confronto, tra gli altri, Untitled Sans e Scto Grotesk. Le differenze tra questi due font sono minime e la cosa sembra quasi assurda, a detta dello stesso Chimero, ma non lo è: «è la stessa nota, forse anche la stessa melodia, ma il timbro è diverso. E quella differenza a volte significa tutto.»

In un altro post, “Picking Typefaces”, Chimero condivide tutte le prove e i ragionamenti dietro la scelta dei font che userà per il redesign: Scto Grotesk e Ivar Text. Nei post successivi mostra i modi con cui ha creato la scala tipografia e la gerarchia. Applicandole poi si è reso conto che Scto Grotesk e Ivar Text faticavano ad armonizzarsi, decidendo di sostituire Scto Grotesk con Söhne. Il tutto accompagnato da immagini e gif che mostrano le differenze.

Qualche anno fa (nel 2016) anche il magazine Offscreen, per finanziarsi, optò per un redesign pubblico sotto forma di newsletter. Per oltre 30 settimane il designer e fondatore, Kai Brach, ha condiviso un diario con le varie fasi che l’hanno portato alla realizzazione di una nuova versione della rivista e del suo sito web. Alcuni numeri di quella newsletter sono disponibili sul blog di Offscreen, come questo sullo scelta del font, “Settling on Acumin, Offscreen’s new typeface”.

Questi resoconti sono dei piccoli manuali pratici di design, ricchi di spunti, sia quelli delle grandi aziende che dei singoli designer. Leggendoli si ha la sensazione di entrare nella stanza di chi sta progettando e guardarlo mentre lavora.

  1. Servizi per la distribuzione dei contenuti. Hallman ha scritto di come utilizza Contentful. ↩︎

Una delle illustrazioni dell’identità visiva di Help Scout

Increment

La rivista di Stripe che esplora il lavoro dei team nella costruzione di software su larga scala. È disponibile in versione web e in versione cartacea.

Söhne di Klim Type Foundry →

Söhne è una reinterpretazione dell’Akzidenz-Grotesk, realizzata dalla fonderia di caratteri neozelandese Klim. Ispirato allo Standard Medium utilizzato da Massimo Vignelli e Bob Noorda per la segnaletica della metropolitana di New York.

In un lungo, e molto interessante, articolo Kris Sowersby racconta la genesi del Söhne, la ricerca che ha effettuato e di quanto sia stato determinante anche l’Helvetica. Scrive Sowersby:

Mi resi conto che stavo ricordando Akzidenz-Grotesk, ma Helvetica stava guidando la mia mano.

Söhne è disponibile in quattro versioni (normale, monospaziato, largo e stretto), in 16 stili (regular e italic). I pesi, che vanno da extralight a extrabold, hanno i nomi degli stili in tedesco: Söhne Buch, Söhne Halbfett (semibold).

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Newsletter curata da Ciro Esposito — tra Catania e Bologna.


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