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A cura dell’Avvocato Cristiano Leonarduzzi – Studio Agrimi & Leonarduzzi di Milano
 
Appalti pubblici - onere d’iscrizione della riserva nel registro di contabilità
In materia di appalto di opere pubbliche l’onere in capo all’appaltatore di iscrivere apposita riserva nel registro di contabilità sorge al momento della prima registrazione successiva al verificarsi del fatto da cui traggono origine gli oneri denunciati 
 
Con la decisione datata 8 ottobre 2014, n. 21205, la Corte di cassazione ha stabilito che - in materia di appalto di opere pubbliche - l’onere di formulare la riserva sorge al momento dell’iscrizione, nei registri previsti dalla legge e sottoposti alla sottoscrizione dell’appaltatore, degli elementi che evidenziano, secondo indici di media diligenza e buona fede, un aggravio di spesa a suo carico, con la precisazione che, per i fatti dannosi cosiddetti continuativi, detto onere diviene operativo non appena l’evento abbia manifestato una potenzialità dannosa percepibile con la normale diligenza, indipendentemente dalla possibilità di procedere alla quantificazione dei maggiori oneri che ne conseguono, i quali possono essere indicati anche in seguito. Solo in presenza di una contabilità informe e non ricostruibile detta necessità è stata esclusa, con il chiarimento che, nell’ipotesi di indisponibilità meramente temporanea del registro della contabilità, l’appaltatore è tenuto a iscrivere la riserva in documenti contabili equivalenti, come il verbale di sospensione o di ripresa dei lavori o quelli contenenti gli stati di avanzamento od ordini di servizio, salvo poi riversarla non appena possibile nel registro di contabilità. L’onere d’iscrizione sussiste anche in presenza di una contabilità provvisoria, ma formalmente inserita nei relativi registri, affermandosi che eventuali inesattezze, irregolarità, approssimazioni, o anche difformità dalla realtà di tale contabilità devono considerarsi irrilevanti, nella misura in cui non impediscano all’appaltatore medesimo l’immediato riscontro dell’aggravio di spese. L’istituto della riserva risponde, infatti, all’esigenza di assicurare la tempestiva e costante evidenza di tutti i fattori incidenti sui costi dell’appalto che ne costituiscano oggetto di contrastanti valutazioni delle parti in moda da consentire all’amministrazione di procedere senza ritardo alle verifiche necessarie per accertare la fondatezza delle pretese dell’appaltatore (Corte di Cassazione, sezione I civile, sentenza n. 21205/2014).
 
 
Indennità - Danni da occupazione appropriativa - Area destinati a pubblici impianti - Natura edificatoria dell’area – Esclusione
La Suprema corte ha affermato che deve procedersi a un nuovo accertamento del valore dell’immobile, corrispondente al danno subito e all’indennità di espropriazione - cui relazionare la indennità di occupazione - che va commisurato al valore di mercato, all’epoca dell’illecito e della occupazione, tenendo conto delle obiettive e intrinseche caratteristiche e attitudini dell’area, in relazione alle utilizzazioni autorizzate dagli strumenti di pianificazione del territori
 
Ai fini della determinazione dell’indennità di esproprio e del risarcimento per occupazione appropriativa, deve essere esclusa la qualità edificatoria dell’area che - al momento dell’esproprio - sia destinata a pubblici impianti in base a progetti approvati dalla autorità amministrativa, in virtù delle norme dello strumento urbanistico, che regolino il territorio comunale con previsione generale e astratta, ripartendo in zone omogenee. La destinazione urbanistica d’inedificabilità, che la detta zonizzazione comporta - in particolare - dà luogo a vincolo di tipo non ablativo ma conformativo, sicché della incidenza della suddetta destinazione sul valore del bene deve tenersi conto ai fini della valutazione del fondo. Al riguardo, infine, non può avere rilevanza l’eventuale previsione di una pur limitata volumetria per ambienti accessori a servizio dell’impianto, perché le opere previste, che non costituiscono estrinsecazione dello ius aedificandi sono funzionali alla realizzazione del fine pubblicistico (Corte di Cassazione, sezione I, 4 giugno 2014, n. 12548).
 
Concordato preventivo - Atto di frode - Anteriore all’apertura della procedura - Condizioni - Limiti
I comportamenti considerati dall’impugnata decisione in appello quali atti di frode integrano - per i sommi giudici - mere irregolarità contabili oggi, a seguito della modifica dell’articolo 160 della legge fallimentare, introdotta dal decreto legge n. 35 del 2005, convertito dalla legge n. 80 del 2005, non più ostative di per sé all’ammissione e omologazione del concordato e delle quali non viene evidenziata in modo puntuale una valenza decettiva per il ceto creditorio
La nozione di atto in frode commesso anteriormente all’apertura della procedura di concordato preventivo esige che la condotta del debitore sia stata volta a occultare situazioni di fatto idonee a influire sul giudizio dei creditori, tali - cioè - che se conosciute, avrebbero presumibilmente comportato una valutazione diversa e negativa della proposta e, dunque, che esse siano state accertate dal commissario giudiziale, cioè da lui scoperte, essendo prima ignorate dagli organi della procedura o dai creditori. Sempre che, peraltro, pur essendo state dichiarate dal preponente, non siano dipese da comportamenti depauperativi del patrimonio posti in essere dal medesimo, con la prospettiva e la finalità di avvalersi dello strumento del concordato, ponendo i creditori di fronte a una situazione di pregiudicate o insussistenti garanzie patrimoniali in modo da indurli ad accettare una proposta comunque migliore della prospettiva liquidatoria (Corte di Cassazione, Sezione I, sentenza 4 giugno 2014, n. 12533).
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